Lo stato del cinema: si ricomincia da uno

Giona A. Nazzaro
Delegato Generale SIC

Solo i numeri e le statistiche credono alla crisi (che non c’è ma si vede). Il cinema, quello per cui vale la pena scendere in campo, si continua a fare. La SIC è da sempre interlocutrice privilegiata di questo rinnovamento. I festival sono o dovrebbero essere il luogo-narrazione delle cose del cinema. L’arena del farsi di un pensiero che riflettendo su ciò che si può ancora realizzare con le immagini in movimento, offra anche qualche idea sullo stato del mondo in cui viviamo. Non è un’idea nuova, questa. Rossellini faceva così. E se possiamo osare ispirarci a un solo tratto della poetica rosselliniana, questo è la sua totale assenza di qualsiasi nostalgia cinematografica. Il suo essere sempre al presente indicativo, calato nel farsi della Storia. Talmente calato nel presente del suo tempo da essere forse l’unico cineasta che ha pensato il futuro del cinema (e non solo).

Ecco. Questa determinazione a stare nel presente, a non cedere né a nostalgie né a mitologie, è la prima spinta propulsiva della 31. Settimana internazionale della critica. Il novero di titoli di quest’anno, individuati fra più di 500 film iscritti, è all’insegna del “piacere filmico” che si attiva a partire da un rimettersi in gioco rispetto alle convenzioni della visione e del quale il rischio e lo stupore sono gli elementi fondanti. A partire da Prevenge – geniale slasher movie postfemminista diretto da Alice Lowe – passando per Le ultime cose di Irene Dionisio – tesa rivisitazione dell’umanesimo neorealista – si opera una ri-mappatura non delle cose viste, ma di quelle ancora da vedere.

Keywan Karimi, cineasta iraniano condannato a un anno di carcere e 223 frustate per offesa all’Islam, firma con Tabl un noir metafisico ed espressionista, mentre Ala Eddine Slim, documentarista e videoartista tunisino, con Akher wahed fina rilancia con grande audacia un cinema sperimentale e astratto, avventuroso e addirittura schiettamente fantascientifico. Perché, in fondo il cinema è un’arte giovane per definizione. E non solo in senso anagrafico. Basti pensare a Los nadie di Juan Sebastián Mesa, girato in sette giorni fra le strade più inaccessibili di Medellín, o a Prank di Vincent Biron, ex direttore della fotografia di Denis Côté, apologo di nichilismo hardcore postsalingeriano. E se il cinema è sempre anche un riprendere (o un riperdere) il proprio posto nel mondo, Jours de France di Jérôme Reybaud ipotizza un sensuale viaggio sentimentale, utilizzando un navigatore d’eccezione come Grindr, per ritrovare i nomi dimenticati delle cose. Pepe Smith è probabilmente la presenza più sorprendente: protagonista di Singing in Graveyards assieme a Lav Diaz, si offre come immagine e specchio del complesso rapporto con la modernità e la democrazia del suo paese. Infine, in chiusura, Are We Not Cats di Xander Robin, un melodramma horror viscerale, una favola dark scandita dalla musica dei Funkadelic, di Yvonne Fair, dei Lightning Bolt e di Albert Ayler. Sorpresa proveniente dagli Stati Uniti, si ricollega alla new wave dei primissimi anni Ottanta reinventando pulsioni e calligrafie oniriche.

Senza dimenticare lo splendido mucchio selvaggio di cortisti italiani di SIC@SIC, sinergia attivata in collaborazione con Istituto Luce Cinecittà; autrici e autori lanciati alla conquista del futuro armati solo del loro sguardo. E patrocinati da Marco Bellocchio, il più giovane e vitale dei maestri italiani. Segnateveli oggi i nomi di Chiara Leonardi ed Edoardo Ferraro, Valentina Pedicini e Rossella Inglese, Maria Giovanna Cicciari, Fatima Bianchi e il collettivo Caruso, Falanga, Lombardi, Tenace. La 31. Settimana internazionale della critica non è una proposta chiusa ma un invito al viaggio. Si pongono oggi le premesse per immaginare il cinema che è ancora tutto da inventare.